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Il Bel Paese è un gran gineceo e non sto parlando del famoso formaggio. Sono un giovane (e già partiamo male) medico (sottofondo di risate del ministro Giannini) donna (qui forse ho qualche speranza) che nella vita vorrebbe fare un po’ di ricerca scientifica che sia degna di questo nome. So che state pensando che sia appena partito l’intermezzo comico, ma vi giuro che è proprio quello che sogno di fare. Sorridete, lo vedo, e capisco perché. Sorrido anch’io, dai, ho una buona dose di autoironia. Non è credibile che una persona dotata di senno possa desiderare una carriera da ricercatore in un Paese in cui si fatica a trovare un bagno pubblico non infestato da parassiti grandi come la testa di un cavallo. Gloria, anche tu, un po’ di realismo!

Avete ovviamente del tutto ragione, ma il realismo mi ha rotto i cojones, per dirla con finezza alla Rocky Balboa. Negli ultimi mesi ci ho sbattuto la faccia una marea di volte e francamente mi sono stancata. Oggi i giovani devono essere smart, dinamici, flessibili, vogliosi di lavorare fino alla prostituzione, non si può più vivere di sogni e speranze, l’amor proprio e l’orgoglio sono bagagli inutili da portarsi appresso. Simili concetti mi sono stati ripetuti fino alla nausea e ora dovrò iniziare a dirmelo anche da sola. Lo sai, Gloria, che bisogna adattarsi, che se ti mandano a lavorare a 1000 chilometri di distanza con un preavviso di una settimana tu ci vai e stai zitta, perché è del tuo futuro che si sta parlando e se hai glutei sufficientemente sodi per farti ripescare in un concorso pubblico dopo mesi di attesa poi non fai la pignola su dove ti spediscono. Ma sapete che c’è? A me non va bene questo sistema delle proposte che non si possono rifiutare, delle bottiglie di Barolo da portare al primario, del rimming selvaggio per un briciolo appena di considerazione. Io l’antiquata valigia di cartone con valori e morale un po’ schiacciati dentro continuerò a portarmela in giro e ad attaccarci gli adesivi di viaggio, con tutto l’orgoglio di cui sono capace.

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Intanto – io e lei – possiamo dire una cosa di Genova, che ci sta ospitando, anche se per poco (ancora grazie alla flessibilità): la Superba merita tutto il suo nome. Superba nel resistere alle alluvioni, Superba nello smentire tutti i luoghi comuni. Se qualcuno vi parla male dei genovesi ridetegli in faccia perché sta mentendo. Mi hanno offerto da bere già fin troppe volte e hanno conquistato il mio cuore in un nanosecondo. Quando non vedi un amico da 18 anni ed è quasi come se non fossero passati, quando cammini in un vicolo pieno di gente ubriaca di vita, non puoi che inchinarti e sorridere di gratitudine per un mondo così, colorato, folle, frenetico, imprevedibile, bello. Posso partire, dopotutto, posso essere flessibile, tanto so già che tornerò a Pasqua!

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neve

Era proprio arrivato. Non solo dicembre, che l’aveva colta ancora una volta impreparata, era arrivato addirittura Natale. Agata guardò fuori dalla finestra e desiderò che quei fiocchi si fermassero. La neve non le piaceva per niente, aveva sempre pensato che chi la trovava romantica dovesse essere una specie di diabetico con la mente annebbiata dai troppi zuccheri nel sangue. Lei odiava camminare nel pantano che si formava sulle strade e detestava il gelo che non riusciva mai a togliersi del tutto da mani e piedi. Per non parlare della ricerca dei regali e della folla impazzita che ti spintonava senza pietà: il Natale era un vero e proprio incubo. Così cercava sempre di passare attraverso quel periodo dell’anno a occhi chiusi e testa bassa, lavorando fino all’ultimo, come stava facendo anche in quel momento. Però era ormai irrimediabilmente il 23 dicembre. Le strade erano state fastidiosamente invase da ogni tipo di luminaria e qualche negozio del centro, in cui era entrata per caso, aveva addirittura decorato il bancone e gli scaffali con dei rametti di agrifoglio. Dappertutto poi, per completare il quadretto, c’erano presepi e immagini di famiglie unite e felici, che agivano per Agata come un continuo monito. La sua non era certo una famiglia modello, ma la Vigilia era proprio vicina e avrebbe dovuto raggiungerla comunque entro l’indomani.

Sarà ancora più difficile riuscire a far finta di niente quest’anno, si disse mentre tornava a rivolgere la propria attenzione alla pila di fogli contenenti i risultati delle analisi del sangue, appena arrivati dal laboratorio. Non sapeva perché l’avesse pensato; era stato come una specie di presentimento. Fece un sospiro e si consolò pensando che in quel periodo di tradizionali raduni e litigi familiari lei almeno poteva contare su un lavoro che amava. Altri non erano così fortunati, ma lei aveva scelto con cura la sua missione nella vita, perché quello che davvero voleva era far star bene i bambini, curarli e aiutarli a guarire. La pediatria era tutto per lei. Per un attimo, mentre continuava a controllare gli esami dei suoi piccoli pazienti, si disse che avrebbe anche potuto usare il lavoro come scusa, quell’anno, e saltare la stressante settimana di ritorno in “famiglia”. Non aveva voglia di ripensare al passato. Sempre che non sia così stupida da sentirmi in colpa dopo averlo fatto, pensò.

‹‹Dottoressa, la desiderano al telefono››.

Agata alzò gli occhi verso la segretaria e le sorrise. Essere chiamata “Dottoressa” la faceva sentire importante e riusciva spesso a interrompere i suoi flussi di pensieri negativi, come in quel momento.

‹‹Grazie, arrivo subito››.

Posò i fogli che doveva ancora esaminare sulla scrivania e si diresse al bancone della reception per scoprire chi la stesse cercando.

‹‹Pronto?››

‹‹Pronto, tesoro, sono la mamma, come stai? Ti ho chiamata per sapere quando pensavi di tornare a casa, ma quell’inutile cellulare che hai non era raggiungibile. Sei sempre irraggiungibile, così ho telefonato direttamente in ospedale. Allora, quando arrivi? Domani? Per cena?››

‹‹Oh, ciao mamma, io…››

Era tipico di sua madre investirla di parole e domande, senza darle il tempo di rispondere a nulla. Ma cos’era quel frastuono in sottofondo? Che cosa stava succedendo?

‹‹Mamma, ma che succede?››

‹‹Niente, niente. È solo Sandra che è ubriaca. Non preoccuparti, è tutto a posto. Allora, arrivi domani? Ho preparato la torta di mele e cannella, quella che ti piace tanto››.

La zia Sandra? Quella zia Sandra era a casa dei suoi genitori per Natale? Agata non poteva crederci. Era convinta che Sandra e Vittorio sarebbero andati di nuovo a Londra da Claudia, sua cugina, come avevano fatto negli ultimi anni. Credeva di essere finalmente riuscita a liberarsi di loro e invece adesso… Riconsiderò rapidamente l’idea di nascondersi sotto il letto di uno dei bambini ricoverati.

‹‹Ah. Ecco, mamma, veramente volevo dirti che non so se riuscirò a tornare a casa quest’anno. Mi dispiace, ma credo che dovrò lavorare, siamo a corto di personale››. Le parole le erano uscite di bocca come se fosse stato qualcun altro a pronunciarle. L’aveva fatto davvero.

‹‹Ma tesoro, è Natale…››

‹‹Lo so, mamma, mi dispiace tantissimo, ma non credo di poter fare diversamente. Saluta papà, ti prego, e chiedigli scusa da parte mia. Ora devo andare, ti richiamo, ok?››

Riagganciò la cornetta prima che una qualsiasi risposta potesse essere articolata e poi stette a fissare il telefono per cinque minuti buoni, durante i quali avrebbe giurato che sua madre stesse facendo esattamente lo stesso. Non poteva credere a quello che era appena successo. Aveva bisogno di fare un giro, anzi, di andarsene del tutto, tanto erano ormai le sette di sera. Avrebbe finito il lavoro a casa, durante le “vacanze”, dato che a quanto pareva non avrebbe avuto molto altro da fare. Prese la borsa e i fogli sulla scrivania e se ne andò.

Aveva guidato nel traffico cittadino per quasi un’ora senza rendersene conto ed era arrivata chissà come nel vialetto della sua villetta di periferia. Ora si trovava nell’ingresso con in testa un solo pensiero. Sandra. Zia Sandra, quella zia che tanti anni prima aveva avuto il coraggio di coprire il suo stupratore, Vittorio. Lui era suo marito (non riusciva a chiamarlo zio) e aveva abusato di Agata proprio in quella casa, alla Vigilia di un normale Natale, in cui tutta la famiglia era riunita. Sandra lo aveva coperto e difeso e ora si ubriacava allegramente in quella stessa casa. Agata non poteva rimanere con quel pensiero, le sembrava troppo assurdo. Andò in soggiorno e accese la radio, poi si versò una generosa dose di gin. Era una bottiglia regalatale mesi prima dai genitori di un bambino che aveva curato e non l’aveva ancora aperta. Normalmente non beveva da sola e a stomaco vuoto in quel modo, ma in quel momento aveva bisogno di calmarsi. La telefonata con sua madre aveva fatto resuscitare fantasmi che credeva di essere riuscita a scacciare per sempre. Era stata in terapia per anni, anche se non aveva mai avuto il coraggio di dirlo ai suoi genitori. Finché era vissuta con loro aveva fatto finta di niente, in qualche modo, ma poi si era curata. Si era fatta aiutare e fino a quella sera era convinta di essere stata capace di uscire da quel tunnel. Ora però non riusciva a togliersi dalla mente la notte in cui zio Vittorio (era ancora suo zio allora, prima che si avvicinasse a lei di soppiatto e le facesse quelle cose) era entrato nella sua cameretta e la voce della zia Sandra aveva tentato invano di trattenerlo. Agata aveva solo sei anni e stava aspettando impaziente la mattina del 25 dicembre. Credeva ancora che il nido affettuoso in cui era nata e cresciuta fino a quella sera potesse proteggerla da qualsiasi cosa. Credeva ancora che la notte di Natale avesse qualcosa di magico. E poi aveva il suo Mister Orso, chi avrebbe mai osato farle del male? Eppure qualcuno l’aveva fatto ed era stato persino qualcuno di cui lei si fidava. E la zia Sandra? Non aveva fatto nulla per fermarlo davvero. Anzi, nessuno aveva saputo niente e lei era stata schiacciata e umiliata per anni, all’insaputa di quasi tutti. Perché tutto quello schifo doveva tornare ancora a tormentarla e perché proprio a Natale, di nuovo? Non era stato abbastanza che una cosa simile l’avesse portata a odiare la festa della famiglia per eccellenza? Quella notte, quella disgustosa Vigilia di Natale non le aveva ancora rovinato abbastanza la vita? Non ne era ancora uscita? Evidentemente non ne sei uscita per niente, mia cara, si ritrovò a pensare con un mezzo sorriso ironico tra le lacrime.

Aveva mentito a sua madre, nell’ultima telefonata come in tutti gli anni trascorsi da quell’orribile Vigilia, ma ora si rendeva conto che avrebbe tanto voluto che lei fosse lì in quel momento, che sapesse e che la stringesse tra le sue braccia. Era tornata bambina un’altra volta. Continuò a bere e ad ascoltare la musica, cercando di fermare le lacrime che ormai le inondavano il volto. Che cosa poteva fare?

mano nella neve

A un tratto le parole di una canzone natalizia che invitava al perdono colpirono una corda nascosta della sua anima. Posò il bicchiere quasi vuoto vicino ai suoi piedi e si mise ad ascoltare. Una voce calda e gioiosa ripeteva di perdonare, perdonare tutto il male del mondo, e cullava il cuore ferito di Agata. Era questo il vero senso del Natale? Il perdono? Forse sì, se Dio era stato in grado di sacrificare Suo figlio, un figlio che era stato un bambino indifeso proprio come lei, per perdonare l’umanità intera. Si sentiva così male e il gin era servito solo a stordirla ulteriormente. Chissà con che cosa si ubriaca Sandra, si chiese per un attimo. Chissà se anche lei, come Agata, si era sentita in colpa e paralizzata, quando alla Vigilia di Natale di tanti anni fa non era riuscita a fermare un mostro. Chissà se era il senso di colpa il motivo per cui beveva.

Che cosa avrebbe dovuto fare adesso Agata? Tornò a lasciarsi andare alle parole della canzone che ancora uscivano dalla radio. Dicevano che avrebbe dovuto perdonare. Doveva perdonare suo zio per averla stuprata e sua zia per non aver detto niente? Doveva perdonare i suoi genitori, che non si erano accorti di che cosa fosse successo alla loro bambina proprio sotto al loro tetto? A quel punto sarebbe stata finalmente meglio, finalmente bene? Sarebbe riuscita a perdonare anche se stessa? Erano troppe domande e lei era troppo sola per poter rispondere a tutte. Però una cosa la sapeva, l’aveva capito quando il suo mondo era di nuovo crollato come un castello di carte per una semplice telefonata in cui era stato fatto per caso il nome di Sandra. Non poteva più affrontare tutto quanto da sola e non poteva stare da sola a Natale. Aveva bisogno della sua famiglia, che non era perfetta, ma era lì, c’era e poteva ascoltarla.

Tirò fuori il cellulare dalla tasca dei jeans e lo accese. Ora basta rendersi irraggiungibili, basta isolarsi e nascondersi. Guardò l’ora: era quasi mezzanotte, quasi la Vigilia di Natale. Compose il numero di telefono del suo vecchio nido, la casa dei suoi genitori. Ci furono quattro squilli di seguito e poi scattò la segreteria. Non erano arrivati in tempo, ma sapeva che erano in casa. Qualcuno l’avrebbe ascoltata. Anche se era tardi i suoi genitori erano sicuramente ancora svegli, intenti a sistemare le ultime decorazioni dell’albero o a sfornare una teglia di biscotti per la colazione del 25. Fece un profondo sospiro e cominciò a parlare qualche secondo dopo il bip.

‹‹Mamma, papà, ho mentito. Non è vero che dovevo lavorare. È che non avevo voglia di vedervi››. Sì fermò, appena il tempo di un respiro e poi continuò: ‹‹Ho fatto un terribile errore e c’è qualcosa che devo dirvi. Avrei dovuto parlarvene tanto tempo fa, ma non ne ho mai avuto il coraggio. Scusatemi. Vi voglio bene››.

Aveva appena finito di parlare quando qualcuno sollevò la cornetta dall’altra parte: avevano sentito il suo messaggio. Percepì il respiro preoccupato di sua madre prima ancora che potesse dire qualcosa e capì di aver fatto finalmente la cosa giusta. Questo Natale cambierà tutto. Il primo triangolo di carte era rimasto in piedi.

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viaggio in treno

Lia sognava di trovarsi in un luogo magico, senza tempo. Era un tipico sogno da bambina, dai contorni opalescenti e della stessa sostanza delle fantasie che si fanno prima di addormentarsi, di cui non si ricordano bene i dettagli, ma soltanto l’impressione, il senso di pace. Quanti anni aveva adesso? Cinque, sette, dieci: erano solo numeri. Immaginava di essere esattamente al centro di un panorama meraviglioso, circondata su ogni lato da colline ondulate e sempre più alte, con le cime appena sfumate in un velo di nebbia. Con gli occhi chiusi sentiva i teneri raggi di un sole primaverile accarezzarle le guance e quasi riusciva a percepirne il lieve, lievissimo tepore. Correva veloce tra le zampe massicce di quei giganti verdi, tanto grandi e possenti da non riuscire più a muoversi, correva veloce e il vento le spettinava i capelli, facendola ridere fino al mal di pancia, fino alle lacrime. Aprì gli occhi e li alzò verso la signora che le stava davanti e la fissava con aria interrogativa. Sembrava anche piuttosto spazientita e questo la fece sentire proprio come quando a scuola la maestra la rimproverava perché non stava attenta. Sorrise per nascondere l’imbarazzo e tirò fuori dalla tasca un foglio di carta tutto stropicciato.

‹‹Mi scusi ero… distratta. Mi dia un biglietto per qui per favore›› disse porgendo alla signora quell’angolo di quaderno su cui aveva annotato la destinazione prescelta. La signora lesse senza commentare e digitò il nome del paese sulla tastiera. Un minuto dopo le porse il biglietto del treno e le augurò buon viaggio senza troppo entusiasmo. Lia sorrise di nuovo e andò a cercare un’obliteratrice, trascinandosi dietro il borsone, prima di avviarsi sul proprio binario. Era il numero 6, quella stazione era davvero grande. Vide un cartello che indicava i binari dal 2 al 10 e lo seguì verso le scale. Aveva un po’ paura di perdersi, tra tutti quei numeri e quegli annunci diffusi meccanicamente dagli altoparlanti. Si sentiva davvero una bimba smarrita, come quelli della storia che le leggeva sua mamma per farla addormentare, ma fece un respiro profondo e andò avanti, anche se si rendeva conto che quel mondo di adulti sicuri di sé che le stava intorno non era proprio il suo. Pensò che in fondo erano un po’ ridicoli, tutti quegli uomini indaffarati, con la cravatta, e quelle donne con tacchi alti che non potevano che fare male. Sorrise vedendosi riflessa sul vetro di un cartellone pubblicitario, in tuta e scarpe da ginnastica: era al binario 6 e stava partendo per un’avventura, che importanza aveva tutto il resto? L’emozione la commosse e le inumidì gli occhi, mentre un fischio la risvegliò dai pensieri che ancora una volta l’avevano catturata, avvisandola che il suo convoglio era arrivato. Abbracciò la tracolla del bagaglio un po’ troppo pesante e si arrampicò su una carrozza. Vide un posto libero e vi si lasciò cadere, rimbalzando poi subito in piedi per guardare fuori dal finestrino e appiccicarsi in mente ogni cosa, ogni dettaglio. Era piena di entusiasmo, di energia e le paure di prima erano già poco più che un ricordo. Come i bambini e come i vecchi Lia aveva una memoria strana, che ricordava perfettamente e a lungo alcune cose, dimenticandone però altre con la velocità con cui spariscono le ombre quando in una stanza si accende la luce. Negli ultimi giorni tendeva a cancellare in fretta soprattutto le paure, che si susseguivano insolitamente numerose, ma svanivano poi con una tale facilità che quasi stentava a rendersene conto. Per esempio, per un momento poteva avere addirittura terrore di entrare in una stanza buia, temendo che un qualche mostro potesse mangiarle entrambi i piedi lasciandola inerme, ma dieci minuti dopo magari vi si aggirava tranquillamente, procedendo a tentoni anche a lungo, a volte anche ridendo, come un bambino che giochi a mosca cieca divertendosi un mondo.

All’improvviso il pavimento si mosse e pian piano il treno scivolò via dalla stazione, per incamminarsi rapido lungo la sua strada. Il viaggio era cominciato davvero e adesso, finalmente, tirando giù un po’ il finestrino, poteva sentire il vento della corsa tra i capelli e in gola. Guardò ancora per un attimo il binario che aveva appena lasciato, poi si sedette e chiuse gli occhi, permettendo alla sua mano sinistra di continuare a galleggiare nell’aria che le sferzava il palmo e le dita, spingendo il polso prima in alto e poi in basso.

‹‹Non si può tenere la mano fuori dal finestrino, il controllore ti sgriderà!››

Il rimprovero di una vecchia seduta dall’altra parte del corridoio la fece trasalire e le imporporò le guance. La guardò e sorrise, facendo scivolare la mano all’interno e posandosela su una gamba. La vecchia era una di quelle signore che sembrano già vecchie a quarant’anni, per aver avuto da sempre la pessima abitudine di porre più attenzione alla vita degli altri che alla propria. Non avrebbe saputo dire quanti anni potesse avere, ma di sicuro doveva sentirsene parecchi sulle spalle. Si era tutta avvolta in uno scialle di lana probabilmente prodotto dalle sue stesse mani, di un colore indefinibile tra il grigio e il verde, brutto e un po’ sgualcito ai bordi. Doveva sentire molto freddo nelle ossa. Lia la osservò per un lungo momento, squadrandola senza farlo apposta, poi colse un suo sguardo infastidito e si voltò dall’altra parte abbozzando un altro mezzo sorriso. Sorrideva sempre quando era in imbarazzo, tentando di far ridere gli altri e di stemperare l’ostilità dell’aria che respirava. Quel giorno le era già successo tre volte e la cosa la scocciava un po’, perché stava continuando a fare la figura della bambina poco educata. Ma forse avevano ragione tutti: non era altro che una bambina capricciosa che era caduta correndo. Si era sbucciata un ginocchio e ora voleva soltanto la sua mamma per farsi consolare. Era stato difficile per lei fare tutte le cose necessarie per partire e adesso iniziava a sentirsi stanca. Dove si era cacciata la sua mamma? Chissà. Aveva provato a chiamarla, anche a voce alta, ma non le aveva risposto. Le vennero le lacrime agli occhi a pensarci e allora strizzò le palpebre e cercò di distrarsi guardando fuori dal finestrino. Gli alberi, le case, i palazzi, i campi, tutto si susseguiva ad una velocità pazzesca, mischiando insieme le forme e i colori e dandole un leggero senso di nausea. Aveva anche un po’ di fame: nausea e fame, come una donna incinta. Era incinta? No, era impossibile, lei non poteva ancora diventare mamma, aveva ancora troppo bisogno di essere la figlia, la bimba, il cucciolo. Si abbracciò la pancia come poteva e sorrise per la tenerezza di quel pensiero. Chiuse gli occhi e si lasciò cullare dai saltelli del treno come un neonato nel lettino, scivolando lentamente nel dormiveglia. Vagò tra principesse e cavalieri, avvocati, portaborse, segretarie e dottoresse, finché la voce registrata che annunciava “Termine corsa del treno” non la riportò alla realtà. Aprì gli occhi e si allungò sul sedile guardandosi intorno. Era arrivata, ma dove? Riconobbe un dettaglio, un albero storto proprio di fianco all’edificio della biglietteria e capì di essere arrivata a casa, finalmente. Afferrò il borsone e scese di corsa, in contro alla sua mamma, che non poteva che essere lì.

La scorse a qualche metro da lei, con un vestito verde appena sotto il ginocchio che non ricordava di averle mai visto. Per qualche strano motivo sembrava più vecchia, poi ad un tratto capì e una lacrima le scivolò lungo la guancia. Quella che non era sua mamma, ma sua zia, la sorella maggiore, che le andò incontro e le cinse la vita con affetto. Dove si era cacciata sua mamma? Non c’era più, l’aveva lasciata sola. Si sentì piccola, indifesa, senza più forze. Fu il braccio di sua zia a farla riprendere, dicendole che in fondo non era affatto sola. Quanti anni aveva? Ancora non se lo ricordava, ma stava cominciando a crescere.

‹‹Coraggio andiamo, il funerale inizierà tra un’ora.››

Lia guardò sua zia e sorrise notando quanto fosse simile alla sorella, quanto fosse materna anche lei. Riprese in mano il bagaglio e si avviò. Sua madre era morta perché tutti muoiono, prima o poi, e questa volta era toccato a lei, ma non l’aveva lasciata sola e neppure incapace di badare a se stessa. Quanti anni aveva? Abbastanza per essere una bambina adulta. Aveva trent’anni e stava anche lei per diventare mamma.

[NdA: questo invece è il racconto originale per il concorso di cui sopra (ehm, sotto), quello serio, perché ogni tanto bisogna anche darsi un tono. Ma ora basta, non vi tedierò oltre con le mie storie, a meno che non me lo chiediate in ginocchio!]

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“aveva la moto!”
un ottimo motivo per sposare un uomo

Ho sempre avuto una pessima opinione del matrimonio, di questa solenne istituzione che dovrebbe rappresentare l’amore, il rispetto e l’impegno tra due persone.

I miei genitori si sono conosciuti quando mia madre aveva già alle spalle un divorzio e nel cuore una figlia di undici anni. Forse è mia madre ad avere un vero problema con il matrimonio, ma in qualche modo credo che sia riuscita a trasmettermi il tratto, come si fa con un pezzo di DNA. Si era sposata perché a quei tempi tutti si sposavano e sul momento le era sembrata una buona idea, o più probabilmente l’unica cosa da fare. Non aveva funzionato, naturalmente, e la cosa era risultata evidente quasi fin dall’inizio, quando era nata mia sorella e suo padre voleva impedire a mia madre di portarsela a casa. Mia sorella aveva una gastroenterite e perciò i medici l’avevano data per morta entro pochi giorni: dead baby crying. Sì, penso che abbia pianto parecchio, in quel periodo, ma in compenso poi è diventata una persona granitica, o meglio, una colonna su cui si può contare senza che debba per forza farcelo sapere. Comunque, mia madre si era sposata per moda o per senso del dovere, la prima volta, ed era finita in tribunale, con un misero avvocato d’ufficio, contro un uomo circondato da stuoli di legali, per la custodia di una figlia che chissà quanto aveva voluto.

Avrebbe dovuto imparare, no? No. Si è sposata una seconda volta e per motivi ben più elevati. Me lo ha confessato una sera di ottobre, davanti ad un piatto di involtini primavera.

‹‹Mamma, ma perché mai te lo sei sposato, mio padre?›› le chiedo con aria perplessa.

‹‹Aveva la moto!›› è la sua risposta.

Ecco perché ho sempre avuto una pessima opinione del matrimonio.

[NdA: questo “articolo” è nato in 10 minuti, come mini-mini-racconto per un concorso indetto da una pagina di Facebook, che scadeva esattamente a mezzanotte, come Cenerentola. Nel panico prima ho inoltrato una mail sbagliata e poi, finalmente, quella giusta. Dopo circa mezzo minuto hanno chiuso ufficialmente il concorso. Sono una dannata paraculata.]

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