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Good Bye, Lenin!

Pubblicato: 22 dicembre 2014 da edgeofgloria in mare, varie, viaggi
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Ciao, ciao, ciao, ciao

ciao, CIAO, ciao, ciao, ciao, ciao

Ripetizione ossessiva di scene già viste

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Comfort in serie (preassemblati imballati spediti)

; rapporti high tech e felicità di vetro

[ma verde :)]

« – Che strano, non è cambiato niente. – Perché, doveva cambiare qualcosa? »

« – Che strano, non è cambiato niente. – Perché, doveva cambiare qualcosa? » (Good Bye, Lenin!)

Questa ve la svendo proprio, mentre preparo la valigia e ci infilo dentro mille pensieri. Roba vecchia di 4 anni fa, solo per dire CIAO a questa città che mi ha fatto uscire dai soliti schemi. Au revoir Gênes, e buon Natale!

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Dopo essere stato bloccato a Torino, un paio di settimane fa, per un’intera giornata in più oltre ai miei programmi, pensavo di aver soddisfatto la mia quota di disavventure targate Trenitalia, almeno per la stagione autunnale. Inutile dire che le mie biondissime convinzioni al riguardo erano assolutamente fallaci. Ultima- ma non ultima- l’esperienza di domenica scorsa. Dopo vari tentennamenti e problemi tecnici ed organizzativi finalmente risolti, avevamo deciso di concederci una giornata di svago dal duro lavoro di blogger che ci tiene incollati allo schermo per almeno sei sere (notti?) alla settimana. Belli come il sole, ben pettinati e vestiti a festa nonostante l’arrivo del grande freddo, ci dirigiamo a passo spedito verso la stazione, ingenuamente convinti di poter partire alla volta di un luculliano pranzo in agriturismo in ottima compagnia. Ci mettiamo in coda alla biglietteria automatica- le cosiddette macchinette- per evitare la coda, facciamo il biglietto, per due. Dopo qualche tentennamento decidiamo preventivamente di acquistare anche i biglietti di ritorno- che genialata, eh!- in modo da non doverci precipitare in stazione più tardi. Il tempo di eseguire la transazione ed ecco l’altoparlante annunciare che il treno in questione era stato soppresso. Attimo di smarrimento ma, poco male, prenderemo il successivo. Una rapida occhiata al tabellone, ahinoi, ci fa chiaramente capire che tutti i suburbani per Milano sono stati irrimediabilmente cancellati. Altro attimo di smarrimento: che fare? In primis, disilludersi sulla possibilità di raggiungere l’agognato agriturismo. Messo a fuoco il danno ed avvisati gli organizzatori dell’inaspettato pacco dell’ultima ora, ci mettiamo in coda per il rimborso. Una gentile quanto insoddisfacente bigliettaia ci comunica candidamente che i treni sono stati soppressi causa sciopero di Trenord, visibilmente annunciato sul sito di Trenord (ma ovviamente non su quello di Trenitalia, che avevamo consultato prima di partire da casa) e che essendo i biglietti stati emessi da questa società, non sono né rimborsabili né modificabili in questa stazione. Ergo: per avere il rimborso o la sostituzione occorre andare direttamente in sede Trenord, a Milano, spendendo quindi in soldoni l’equivalente del biglietto per ottenerne il rimborso, squisitamente nonsense. Oltre al danno, pure la beffa.


Dopo notevoli ed elevate riflessioni personali e comunitarie, avremmo alcuni suggerimenti e interrogativi da indirizzare alla gentilissima attenzione della gestione degli efficientissimi trasporti italiani:

  • lo sciopero è un diritto, e va benissimo. Ma se, per un motivo o per l’altro, i disservizi di questo tipo si presentano con cadenza settimanale o quasi, dove va a finire la tutela di quei poveri sfigatelli che, non avendo un mezzo proprio, sono costretti a muoversi con i treni?
  • dal momento che l’utente medio è interessato ad arrivare molto più di quanto non sia interessato o consapevole della società con cui sta viaggiando, non potreste essere così gentili da annunciare gli scioperi di Trenord anche sul sito di Trenitalia, in modo che tutti i comuni mortali lo possano vedere?
  • immagino che dietro questa complessa gestione delle tratte Lombarde ci siano team di tecnici professionisti, innumerevoli leggi da rispettare, questioni prettamente gestionali e legali che non conosco. Ritengo tuttavia che se una biglietteria è autorizzata a vendere dei biglietti, potrebbe anche essere autorizzata a rimborsarli e modificarli in loco, senza dover chiedere udienza a sua eccellenza Trenord nella luminosa sede a soli 30km di distanza;
  • qual’è la difficoltà di segnalare chiaramente lo sciopero apponendo un volantino, magari formato A4, direttamente sulla macchinetta, in modo che tutti coloro che evitano di intasare la biglietteria vera e propria ne siano al corrente? Come direbbe il nostro amato Muciaccia, bastano un foglio, un pennarello e tanta colla vinilica!

Trenitalia, Trenord o chiunque tu sia, stavolta non ti scuso per il disagio! Il treno dei desideri è il treno che c’è.

/m

viaggio in treno

Lia sognava di trovarsi in un luogo magico, senza tempo. Era un tipico sogno da bambina, dai contorni opalescenti e della stessa sostanza delle fantasie che si fanno prima di addormentarsi, di cui non si ricordano bene i dettagli, ma soltanto l’impressione, il senso di pace. Quanti anni aveva adesso? Cinque, sette, dieci: erano solo numeri. Immaginava di essere esattamente al centro di un panorama meraviglioso, circondata su ogni lato da colline ondulate e sempre più alte, con le cime appena sfumate in un velo di nebbia. Con gli occhi chiusi sentiva i teneri raggi di un sole primaverile accarezzarle le guance e quasi riusciva a percepirne il lieve, lievissimo tepore. Correva veloce tra le zampe massicce di quei giganti verdi, tanto grandi e possenti da non riuscire più a muoversi, correva veloce e il vento le spettinava i capelli, facendola ridere fino al mal di pancia, fino alle lacrime. Aprì gli occhi e li alzò verso la signora che le stava davanti e la fissava con aria interrogativa. Sembrava anche piuttosto spazientita e questo la fece sentire proprio come quando a scuola la maestra la rimproverava perché non stava attenta. Sorrise per nascondere l’imbarazzo e tirò fuori dalla tasca un foglio di carta tutto stropicciato.

‹‹Mi scusi ero… distratta. Mi dia un biglietto per qui per favore›› disse porgendo alla signora quell’angolo di quaderno su cui aveva annotato la destinazione prescelta. La signora lesse senza commentare e digitò il nome del paese sulla tastiera. Un minuto dopo le porse il biglietto del treno e le augurò buon viaggio senza troppo entusiasmo. Lia sorrise di nuovo e andò a cercare un’obliteratrice, trascinandosi dietro il borsone, prima di avviarsi sul proprio binario. Era il numero 6, quella stazione era davvero grande. Vide un cartello che indicava i binari dal 2 al 10 e lo seguì verso le scale. Aveva un po’ paura di perdersi, tra tutti quei numeri e quegli annunci diffusi meccanicamente dagli altoparlanti. Si sentiva davvero una bimba smarrita, come quelli della storia che le leggeva sua mamma per farla addormentare, ma fece un respiro profondo e andò avanti, anche se si rendeva conto che quel mondo di adulti sicuri di sé che le stava intorno non era proprio il suo. Pensò che in fondo erano un po’ ridicoli, tutti quegli uomini indaffarati, con la cravatta, e quelle donne con tacchi alti che non potevano che fare male. Sorrise vedendosi riflessa sul vetro di un cartellone pubblicitario, in tuta e scarpe da ginnastica: era al binario 6 e stava partendo per un’avventura, che importanza aveva tutto il resto? L’emozione la commosse e le inumidì gli occhi, mentre un fischio la risvegliò dai pensieri che ancora una volta l’avevano catturata, avvisandola che il suo convoglio era arrivato. Abbracciò la tracolla del bagaglio un po’ troppo pesante e si arrampicò su una carrozza. Vide un posto libero e vi si lasciò cadere, rimbalzando poi subito in piedi per guardare fuori dal finestrino e appiccicarsi in mente ogni cosa, ogni dettaglio. Era piena di entusiasmo, di energia e le paure di prima erano già poco più che un ricordo. Come i bambini e come i vecchi Lia aveva una memoria strana, che ricordava perfettamente e a lungo alcune cose, dimenticandone però altre con la velocità con cui spariscono le ombre quando in una stanza si accende la luce. Negli ultimi giorni tendeva a cancellare in fretta soprattutto le paure, che si susseguivano insolitamente numerose, ma svanivano poi con una tale facilità che quasi stentava a rendersene conto. Per esempio, per un momento poteva avere addirittura terrore di entrare in una stanza buia, temendo che un qualche mostro potesse mangiarle entrambi i piedi lasciandola inerme, ma dieci minuti dopo magari vi si aggirava tranquillamente, procedendo a tentoni anche a lungo, a volte anche ridendo, come un bambino che giochi a mosca cieca divertendosi un mondo.

All’improvviso il pavimento si mosse e pian piano il treno scivolò via dalla stazione, per incamminarsi rapido lungo la sua strada. Il viaggio era cominciato davvero e adesso, finalmente, tirando giù un po’ il finestrino, poteva sentire il vento della corsa tra i capelli e in gola. Guardò ancora per un attimo il binario che aveva appena lasciato, poi si sedette e chiuse gli occhi, permettendo alla sua mano sinistra di continuare a galleggiare nell’aria che le sferzava il palmo e le dita, spingendo il polso prima in alto e poi in basso.

‹‹Non si può tenere la mano fuori dal finestrino, il controllore ti sgriderà!››

Il rimprovero di una vecchia seduta dall’altra parte del corridoio la fece trasalire e le imporporò le guance. La guardò e sorrise, facendo scivolare la mano all’interno e posandosela su una gamba. La vecchia era una di quelle signore che sembrano già vecchie a quarant’anni, per aver avuto da sempre la pessima abitudine di porre più attenzione alla vita degli altri che alla propria. Non avrebbe saputo dire quanti anni potesse avere, ma di sicuro doveva sentirsene parecchi sulle spalle. Si era tutta avvolta in uno scialle di lana probabilmente prodotto dalle sue stesse mani, di un colore indefinibile tra il grigio e il verde, brutto e un po’ sgualcito ai bordi. Doveva sentire molto freddo nelle ossa. Lia la osservò per un lungo momento, squadrandola senza farlo apposta, poi colse un suo sguardo infastidito e si voltò dall’altra parte abbozzando un altro mezzo sorriso. Sorrideva sempre quando era in imbarazzo, tentando di far ridere gli altri e di stemperare l’ostilità dell’aria che respirava. Quel giorno le era già successo tre volte e la cosa la scocciava un po’, perché stava continuando a fare la figura della bambina poco educata. Ma forse avevano ragione tutti: non era altro che una bambina capricciosa che era caduta correndo. Si era sbucciata un ginocchio e ora voleva soltanto la sua mamma per farsi consolare. Era stato difficile per lei fare tutte le cose necessarie per partire e adesso iniziava a sentirsi stanca. Dove si era cacciata la sua mamma? Chissà. Aveva provato a chiamarla, anche a voce alta, ma non le aveva risposto. Le vennero le lacrime agli occhi a pensarci e allora strizzò le palpebre e cercò di distrarsi guardando fuori dal finestrino. Gli alberi, le case, i palazzi, i campi, tutto si susseguiva ad una velocità pazzesca, mischiando insieme le forme e i colori e dandole un leggero senso di nausea. Aveva anche un po’ di fame: nausea e fame, come una donna incinta. Era incinta? No, era impossibile, lei non poteva ancora diventare mamma, aveva ancora troppo bisogno di essere la figlia, la bimba, il cucciolo. Si abbracciò la pancia come poteva e sorrise per la tenerezza di quel pensiero. Chiuse gli occhi e si lasciò cullare dai saltelli del treno come un neonato nel lettino, scivolando lentamente nel dormiveglia. Vagò tra principesse e cavalieri, avvocati, portaborse, segretarie e dottoresse, finché la voce registrata che annunciava “Termine corsa del treno” non la riportò alla realtà. Aprì gli occhi e si allungò sul sedile guardandosi intorno. Era arrivata, ma dove? Riconobbe un dettaglio, un albero storto proprio di fianco all’edificio della biglietteria e capì di essere arrivata a casa, finalmente. Afferrò il borsone e scese di corsa, in contro alla sua mamma, che non poteva che essere lì.

La scorse a qualche metro da lei, con un vestito verde appena sotto il ginocchio che non ricordava di averle mai visto. Per qualche strano motivo sembrava più vecchia, poi ad un tratto capì e una lacrima le scivolò lungo la guancia. Quella che non era sua mamma, ma sua zia, la sorella maggiore, che le andò incontro e le cinse la vita con affetto. Dove si era cacciata sua mamma? Non c’era più, l’aveva lasciata sola. Si sentì piccola, indifesa, senza più forze. Fu il braccio di sua zia a farla riprendere, dicendole che in fondo non era affatto sola. Quanti anni aveva? Ancora non se lo ricordava, ma stava cominciando a crescere.

‹‹Coraggio andiamo, il funerale inizierà tra un’ora.››

Lia guardò sua zia e sorrise notando quanto fosse simile alla sorella, quanto fosse materna anche lei. Riprese in mano il bagaglio e si avviò. Sua madre era morta perché tutti muoiono, prima o poi, e questa volta era toccato a lei, ma non l’aveva lasciata sola e neppure incapace di badare a se stessa. Quanti anni aveva? Abbastanza per essere una bambina adulta. Aveva trent’anni e stava anche lei per diventare mamma.

[NdA: questo invece è il racconto originale per il concorso di cui sopra (ehm, sotto), quello serio, perché ogni tanto bisogna anche darsi un tono. Ma ora basta, non vi tedierò oltre con le mie storie, a meno che non me lo chiediate in ginocchio!]

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Fascino e intonaco scrostato

Tenetevi forte, perché questa forse non ve l’aspettavate. Ho cambiato colore di capelli: mi sono fatta rossa. È stata una decisione presa senza pensarci troppo, con il benestare e la spinta decisiva di mia madre, che ha sempre detestato i capelli rossi, ma per me ha fatto un’eccezione. Uno di quei momenti di leggera follia in cui si vede che io e lei siamo parenti. Ecco, ora vi sento già tremare e temere per la mia chioma: che fine avrà fatto il biondo che era in lei? Dove si sarà nascosta adesso quella bella, prosperosa e platinata Marilyn che vi allietava con le sue avventure simil-californiane? Ebbene, non disperate, perché sono sempre qui al mio posto e quello che sto per raccontarvi lo dimostra.

 

Poco più di una settimana fa sono stata a Genova, diciamo per fini scientifici e per qualche minima aspirazione ricreativa. Volevo vedere il mare, già che c’ero. Il tutto è stato deciso in meno di 24 ore e non era previsto – purtroppo – che io indossassi un costume: avevo un appuntamento con un professore. Siamo partiti, io e il mio baldo cavaliere errante in groppa al fido destriero “FIAT Bravo”, armati di mappa o meglio di Tomtom. Quel Don Chisciotte Era mio padre, come recitava il titolo di un noto film con Tom Hanks. Mi ha molto magnanimamente evitato la fatica di trovare un treno decente all’ultimo minuto (ve l’ho detto che sono rimasta bionda, in fondo), facendomi pagare un piccolo dazio per l’accompagnamento, come vedrete. La Nannini scatarrava nel lettore CD – retaggio dell’abituale utilizzatrice dell’auto, ossia mia madre – e io cercavo disperatamente di non addormentarmi. Volevo godermi il viaggio, perché mi hanno fatto sempre sognare le strade che portano in Liguria, circondate su tutti i lati da dinosauri sonnecchianti e con la schiena irta di pini. Da piccola mi sembrava quasi di vederli muoversi, ma molto molto lentamente, come si muovono le montagne. Missione fallita, naturalmente. Da questo punto di vista non sono decisamente più come da bambina: adesso appena si raggiunge la velocità di crociera io crollo e la testa mi si pianta con convinzione giù tra le clavicole. Per fortuna c’era l’irritante voce del navigatore a scuotermi di tanto in tanto dal mio sonno e a strapparmi non poche imprecazioni ad occhi chiusi, con le sue segnalazioni di tutor ed autovelox sparate a tutto volume. Una scena senza dubbio comica, che purtroppo è stata solo la prima di una ricca serie.

Intorno all’una decidiamo all’unanimità (decido io) di fermarci in un autogrill tra un traforo e l’altro per mettere qualcosa sotto i denti. Non potevamo scegliere cinema migliore per spiare le cicatrici e le ustioni di una gioventù sempre più bruciata. Siamo stati disgraziatamente vicini di tavolo per tutto il tempo di due individui di sesso maschile a dir poco mal assortiti. L’uno, magro come un chiodo e tutto chiuso nel suo angolo di timidezza e di silenzio, ci dava le spalle – piuttosto curve. L’altro, l’inspiegabile amico, si è invece rapidamente impossessato di tutto il corridoio: arrivato con il suo più che salutare panino, ha spostato con un gesto plastico la sedia il più lontano possibile dal tavolo, cercando al contempo di accoppare una vecchietta che passava proprio in quel momento. Perché lui, in quanto uomo, è multitasking. Ispirata dalla sua pancia flaccida e da quei circa 30 anni buttati al vento (giacché la sua conversazione era universalmente udibile), il mio commento fatto a voce sufficientemente alta è stato: “Certo che i burini sono proprio tutti uguali!”. E poi gli ho riso in faccia. Grazie al cielo non mi ha picchiata e abbiamo potuto riprendere il viaggio.

Mi riassopisco e il prode Tomtom, dopo essere stato riacceso con qualche difficoltà, ci guida senza fallo fino alla città bella, stranamente senza più importunarci con le sue chiacchiere. A questo punto ricominciano i guai, perché pare proprio che Tommy si sia offeso per qualcosa e che abbia voluto farci il simpatico scherzo di divenir tremando muto. Ne è nata naturalmente un’estenuante diatriba, in cui mio padre ha cercato invano di attribuirmi la colpa della situazione, ma non ho ceduto: io stavo dormendo! Padre precipita subito nel panico e invece di seguire diligentemente le frecce decide di iniziare a girare in tondo, fino a quando scorge il malaugurato cartello che indica il famoso porto di Genova. Fiondiamoci! Dritti verso la dogana e poi agli imbarchi seguendo la scritta CARGO. “Dubito che ci sia un professore che mi aspetta, su una nave”

Avrei voluto sprofondare, ma più in basso di così c’era solo il mare. Comunque, in parole povere alla fine abbiamo – non so come – recuperato un po’ di self control e siamo in qualche modo giunti a destinazione. Ho preso il pulmino che dovevo prendere e ho parlato con chi dovevo parlare, di topi, HIV, spettrometria di massa, scoperta del DNA e tante altre cose. Tutto è andato secondo i piani, più o meno, e io ho ancora avuto il tempo di perdermi tra i vicoli dell’ospedale, anche se dovevo semplicemente scendere dalla montagna.

Dulcis in fundo, il mare l’ho visto solo tra uno scoglio e l’altro perché si sa che a Genova c’è la barriera e io non potevo certo rovinarmi le scarpe nuove! Così siamo ripartiti e io mi sono persa un po’ guardando fuori dal finestrino questa città strana, che ricorda vagamente una favela arroccata, ma che sa essere elegante a tratti. Poi mi sono riaddormentata: ragazzi, che fatica essere bionda!

§g§