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Riscoprire la fede nello spirito natalizio quando, inaspettatamente, ti trovi a dover fare una fototessera che – miracolosamente e al primo tentativo – tira fuori la bellezza da un sorriso a bocca chiusa, da una barba non fatta e soprattutto dall’assenza dei miei fedeli occhiali da vista, che mi accompagnano sempre e nascondono almeno in parte le mie perenni occhiaie. Caro Babbo Natale, ora finalmente so che nel resto dell’anno fai il fotografo!

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Questo prova che Santa Claus esiste e che noi, sempre noi, gli irriducibili della satira e della battuta facile, siamo in realtà dei gran cuori teneri! Evviva il Natale, evviva queste piccole grandi emozioni da condividere!

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N.d.A. e noi condividiamo questa riscoperta vena di commozione in una nuova ribrichina che dice tutto in una parola, come Marco Mengoni: “l’essenziale”.

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viaggio in treno

Lia sognava di trovarsi in un luogo magico, senza tempo. Era un tipico sogno da bambina, dai contorni opalescenti e della stessa sostanza delle fantasie che si fanno prima di addormentarsi, di cui non si ricordano bene i dettagli, ma soltanto l’impressione, il senso di pace. Quanti anni aveva adesso? Cinque, sette, dieci: erano solo numeri. Immaginava di essere esattamente al centro di un panorama meraviglioso, circondata su ogni lato da colline ondulate e sempre più alte, con le cime appena sfumate in un velo di nebbia. Con gli occhi chiusi sentiva i teneri raggi di un sole primaverile accarezzarle le guance e quasi riusciva a percepirne il lieve, lievissimo tepore. Correva veloce tra le zampe massicce di quei giganti verdi, tanto grandi e possenti da non riuscire più a muoversi, correva veloce e il vento le spettinava i capelli, facendola ridere fino al mal di pancia, fino alle lacrime. Aprì gli occhi e li alzò verso la signora che le stava davanti e la fissava con aria interrogativa. Sembrava anche piuttosto spazientita e questo la fece sentire proprio come quando a scuola la maestra la rimproverava perché non stava attenta. Sorrise per nascondere l’imbarazzo e tirò fuori dalla tasca un foglio di carta tutto stropicciato.

‹‹Mi scusi ero… distratta. Mi dia un biglietto per qui per favore›› disse porgendo alla signora quell’angolo di quaderno su cui aveva annotato la destinazione prescelta. La signora lesse senza commentare e digitò il nome del paese sulla tastiera. Un minuto dopo le porse il biglietto del treno e le augurò buon viaggio senza troppo entusiasmo. Lia sorrise di nuovo e andò a cercare un’obliteratrice, trascinandosi dietro il borsone, prima di avviarsi sul proprio binario. Era il numero 6, quella stazione era davvero grande. Vide un cartello che indicava i binari dal 2 al 10 e lo seguì verso le scale. Aveva un po’ paura di perdersi, tra tutti quei numeri e quegli annunci diffusi meccanicamente dagli altoparlanti. Si sentiva davvero una bimba smarrita, come quelli della storia che le leggeva sua mamma per farla addormentare, ma fece un respiro profondo e andò avanti, anche se si rendeva conto che quel mondo di adulti sicuri di sé che le stava intorno non era proprio il suo. Pensò che in fondo erano un po’ ridicoli, tutti quegli uomini indaffarati, con la cravatta, e quelle donne con tacchi alti che non potevano che fare male. Sorrise vedendosi riflessa sul vetro di un cartellone pubblicitario, in tuta e scarpe da ginnastica: era al binario 6 e stava partendo per un’avventura, che importanza aveva tutto il resto? L’emozione la commosse e le inumidì gli occhi, mentre un fischio la risvegliò dai pensieri che ancora una volta l’avevano catturata, avvisandola che il suo convoglio era arrivato. Abbracciò la tracolla del bagaglio un po’ troppo pesante e si arrampicò su una carrozza. Vide un posto libero e vi si lasciò cadere, rimbalzando poi subito in piedi per guardare fuori dal finestrino e appiccicarsi in mente ogni cosa, ogni dettaglio. Era piena di entusiasmo, di energia e le paure di prima erano già poco più che un ricordo. Come i bambini e come i vecchi Lia aveva una memoria strana, che ricordava perfettamente e a lungo alcune cose, dimenticandone però altre con la velocità con cui spariscono le ombre quando in una stanza si accende la luce. Negli ultimi giorni tendeva a cancellare in fretta soprattutto le paure, che si susseguivano insolitamente numerose, ma svanivano poi con una tale facilità che quasi stentava a rendersene conto. Per esempio, per un momento poteva avere addirittura terrore di entrare in una stanza buia, temendo che un qualche mostro potesse mangiarle entrambi i piedi lasciandola inerme, ma dieci minuti dopo magari vi si aggirava tranquillamente, procedendo a tentoni anche a lungo, a volte anche ridendo, come un bambino che giochi a mosca cieca divertendosi un mondo.

All’improvviso il pavimento si mosse e pian piano il treno scivolò via dalla stazione, per incamminarsi rapido lungo la sua strada. Il viaggio era cominciato davvero e adesso, finalmente, tirando giù un po’ il finestrino, poteva sentire il vento della corsa tra i capelli e in gola. Guardò ancora per un attimo il binario che aveva appena lasciato, poi si sedette e chiuse gli occhi, permettendo alla sua mano sinistra di continuare a galleggiare nell’aria che le sferzava il palmo e le dita, spingendo il polso prima in alto e poi in basso.

‹‹Non si può tenere la mano fuori dal finestrino, il controllore ti sgriderà!››

Il rimprovero di una vecchia seduta dall’altra parte del corridoio la fece trasalire e le imporporò le guance. La guardò e sorrise, facendo scivolare la mano all’interno e posandosela su una gamba. La vecchia era una di quelle signore che sembrano già vecchie a quarant’anni, per aver avuto da sempre la pessima abitudine di porre più attenzione alla vita degli altri che alla propria. Non avrebbe saputo dire quanti anni potesse avere, ma di sicuro doveva sentirsene parecchi sulle spalle. Si era tutta avvolta in uno scialle di lana probabilmente prodotto dalle sue stesse mani, di un colore indefinibile tra il grigio e il verde, brutto e un po’ sgualcito ai bordi. Doveva sentire molto freddo nelle ossa. Lia la osservò per un lungo momento, squadrandola senza farlo apposta, poi colse un suo sguardo infastidito e si voltò dall’altra parte abbozzando un altro mezzo sorriso. Sorrideva sempre quando era in imbarazzo, tentando di far ridere gli altri e di stemperare l’ostilità dell’aria che respirava. Quel giorno le era già successo tre volte e la cosa la scocciava un po’, perché stava continuando a fare la figura della bambina poco educata. Ma forse avevano ragione tutti: non era altro che una bambina capricciosa che era caduta correndo. Si era sbucciata un ginocchio e ora voleva soltanto la sua mamma per farsi consolare. Era stato difficile per lei fare tutte le cose necessarie per partire e adesso iniziava a sentirsi stanca. Dove si era cacciata la sua mamma? Chissà. Aveva provato a chiamarla, anche a voce alta, ma non le aveva risposto. Le vennero le lacrime agli occhi a pensarci e allora strizzò le palpebre e cercò di distrarsi guardando fuori dal finestrino. Gli alberi, le case, i palazzi, i campi, tutto si susseguiva ad una velocità pazzesca, mischiando insieme le forme e i colori e dandole un leggero senso di nausea. Aveva anche un po’ di fame: nausea e fame, come una donna incinta. Era incinta? No, era impossibile, lei non poteva ancora diventare mamma, aveva ancora troppo bisogno di essere la figlia, la bimba, il cucciolo. Si abbracciò la pancia come poteva e sorrise per la tenerezza di quel pensiero. Chiuse gli occhi e si lasciò cullare dai saltelli del treno come un neonato nel lettino, scivolando lentamente nel dormiveglia. Vagò tra principesse e cavalieri, avvocati, portaborse, segretarie e dottoresse, finché la voce registrata che annunciava “Termine corsa del treno” non la riportò alla realtà. Aprì gli occhi e si allungò sul sedile guardandosi intorno. Era arrivata, ma dove? Riconobbe un dettaglio, un albero storto proprio di fianco all’edificio della biglietteria e capì di essere arrivata a casa, finalmente. Afferrò il borsone e scese di corsa, in contro alla sua mamma, che non poteva che essere lì.

La scorse a qualche metro da lei, con un vestito verde appena sotto il ginocchio che non ricordava di averle mai visto. Per qualche strano motivo sembrava più vecchia, poi ad un tratto capì e una lacrima le scivolò lungo la guancia. Quella che non era sua mamma, ma sua zia, la sorella maggiore, che le andò incontro e le cinse la vita con affetto. Dove si era cacciata sua mamma? Non c’era più, l’aveva lasciata sola. Si sentì piccola, indifesa, senza più forze. Fu il braccio di sua zia a farla riprendere, dicendole che in fondo non era affatto sola. Quanti anni aveva? Ancora non se lo ricordava, ma stava cominciando a crescere.

‹‹Coraggio andiamo, il funerale inizierà tra un’ora.››

Lia guardò sua zia e sorrise notando quanto fosse simile alla sorella, quanto fosse materna anche lei. Riprese in mano il bagaglio e si avviò. Sua madre era morta perché tutti muoiono, prima o poi, e questa volta era toccato a lei, ma non l’aveva lasciata sola e neppure incapace di badare a se stessa. Quanti anni aveva? Abbastanza per essere una bambina adulta. Aveva trent’anni e stava anche lei per diventare mamma.

[NdA: questo invece è il racconto originale per il concorso di cui sopra (ehm, sotto), quello serio, perché ogni tanto bisogna anche darsi un tono. Ma ora basta, non vi tedierò oltre con le mie storie, a meno che non me lo chiediate in ginocchio!]

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